Quando nel 2013 sono entrata per la prima volta dentro Palazzo Muglioni, la polvere che veniva alzata dai miei passi sul pavimento, la sentivo entrare in bocca, era impossibile camminare e respirare senza farsi invadere i polmoni dalla sua pesantezza.

Tutto era rimasto immobile per circa trent’anni, come un cantiere abbandonato all’improvviso da una causa sconosciuta.

Se ci si mette a sedere su uno dei gradini della scalinata che occupa il cuore del palazzo, si sente sussurrare il Genius Loci che lo abita.

Ho iniziato a seguire quei sussurri senza farmi domande e, assieme ai miei alunni, abbiamo iniziato a pulire le stanze dalle macerie, dalla polvere e dagli scheletri del suo passato.

La forte sensazione che tutti sentivamo, era quella di dover ripulire solo la sua superficie, senza toccare nessuna crepa, nessuna scrostatura, rispettando le sue cicatrici.

Il luogo chiedeva di essere ascoltato o semplicemente chiedeva un risveglio lento e rituale, che lo riportasse alla luce.

Da quel momento abbiamo cominciato ad abitarla, esponendo i diari che facevo realizzare ai miei studenti durante l’anno, diari/quaderni, dove cercavano di dare forma alle domande che sorgevano dalle opere studiate in classe.

Ogni anno ho coinvolto un gruppo di ragazzi e ragazze tra i 16 e i 17 anni, a lavorare su un tema in cui si riconoscevano, stimolati dallo studio e dalle suggestioni di opere di artisti contemporanei, come Janis Kunellis, Sophie Calle, Anselm Kiefer, Alberto Burri, Lucio Fontana, Maria Lai, Francesca Woodman, Anish Kapoor, Chiarhu Shiota, Gino De Dominicis, Giuseppe Penone e molti altri che mano a mano ho scelto in base alle identità dei ragazzi.

Questo mi ha permesso non solo di affrontare argomenti fuori dai programmi tradizionali, ma soprat­tutto di fare in modo che i miei studenti vivessero le opere attraverso una lettura e un’esperienza diretta, lasciandosi attraversare dai contenuti, dalle storie e dal senso, come se loro stessi ne fossero gli autori.

Nei sei anni di sperimentazione, ho fatto realizzare più di cento quaderni, molti dei quali mostrano un intimo e straordinario potenziale umano, nascosto nell’anima dei miei adolescenti.

I ragazzi si sono mostrati e sperimentati attraverso scritti, fotografie, disegni e piccoli progetti, sen­za risparmiare nulla della loro interiorità, si sono scoperti ricchi e densi, ma soprattutto coraggiosi esploratori di mondi attraverso l’arte.

Questi quaderni, esposti in CasermArcheologica, sono stati letti da tutti i visitatori, perché erano lì, attaccati sulle sue pareti.

I quaderni sono diventati la “cifra” di Caserma, il crocevia di una narrazione che si racconta dentro le sua mura, tra presente e passato, tra le giovani identità in piena fioritura e quella storia lontana e complessa che ancora oggi vive in questi spazi.

Quest’anno ho di nuovo avuto la fortuna di incontrare una classe, la 3As del “Liceo Città di Piero”, che ha accolto con entusiasmo la mia proposta di lavorare sul quaderno/diario e molti di loro si sono messi in gioco con grande impegno e, spesso anche con loro sorpresa, sono stati in grado di supe­rare le proprie paure e di scoprirsi i coraggiosi pionieri che hanno saputo raccontarsi tra le pagine in mostra.

Abbiamo voluto affrontare il tema della “Città Ideale”, un po’ come omaggio a Leonardo da Vinci, un po’ per essere liberi di immaginare quel luogo che loro erediteranno e che avranno il compito di ri/costruire a loro somiglianza.

La città che vogliono abitare, è un paesaggio che non spetta a noi edificare, ma abbiamo la respon­sabilità di consegnargli gli strumenti necessari perché possano essere liberi di vivere nel loro futuro come noi non potremmo nemmeno lontanamente immaginare.

Ilaria Margutti

 

CasermArcheologica è un movimento di pensiero, una pratica culturale, un’azione politica che tro­va in uno spazio abbandonato, nella Città di Sansepolcro, la possibilità di concretizzarsi e di rendersi leggibile.

CasermArcheologica non è la soluzione al problema dei vuoti urbani e all’occupazione giovanile, è piuttosto un luogo che pone domande, che chiede di essere immaginato e creato ogni giorno e che chiama ciascuno, per la propria parte, alla responsabilità di sentire e agire il tempo che desideriamo vivere.

Laura Caruso

Caserma Archeologica

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